C’è un’uscita, dicono,
a quest’angolo ottuso
che m’incastra,
ce n’è più d’una.
Ma la molteplicità
m’inchioda,
è libertà sedicente
l’opzione che m’ammala.
Povertà
è l’opulenza della scelta,
più s’apre l’arco
e più son chiuso.

Stuprata dal toro
con chi potrà piangere,
povera Europa,
vittima ingiusta
di divina potenza?
I suoi neri fratelli
non sapran consolarla
e vigliacchi vendetta
al dio non porteranno;
l’onta vorranno sfogare
su qualche povero inerme
che ad ingiustizia
ingiustizia sommare
è per loro la sola
soddisfazione.

Far cose, far cose, far cose,
è l’unica salvezza che so,
che saprei all’asfissia
se soltanto ne avessi da fare,
se avessi superfici di gente
con cui intrattenermi,
finzioni di azioni
con cui impegnarmi.
Vorrei un’apparenza di vita
a gettar via il mio tempo,
invece che stritolarlo
per sadica tortura
nella verità della noia.
Far cose ne farei
e sarei sempre in fuga
se la mia cella non fosse serrata
ed angusta
e tanto buia da accecare,
tanto vuota da azzoppare.

Chi muore da solo
resta in casa a marcire
con la faccia al pavimento
spremuto in pose indegne.
Se ne ricorda il vicino
quando inizia a puzzare
e i pompieri entreranno
sfondando la porta.
Se ha dei gatti
si nutriranno del suo corpo
se ha un cane
si affamerà sconsolato
chi non ha animali
potrà forse contare
sulla compagnia delle mosche
e dell’aria pesante della stanza
che per decenni l’ha visto invecchiare.
Ci sarà il medico legale
e la polizia municipale
a raccoglierne i resti
nessuno gli donerà lacrime
il più inesperto vomiterà.
È difficile da riconoscere
la triste dignità
di chi muore da solo.

C’è una stella crudele
nel cielo della bestia nuda
che irradiandosi maligna
infligge alterazioni mostruose
ad individui sfortunati.
La perdita di ogni gioia
è la deformità che li affligge
e miserevolmente straziati
si contorcono implorando
per pace, e leggerezza.
La presenza di questa stella
è uno dei misteri senza nome
nel destino della bestia
ma i più accorti sanno osservare
nelle convulsioni di membra plagiate
brillare una lucentezza oscura,
come un riverbero dell’astro malvagio,
sola luce presente a rischiarare
i feroci abissi della sventura:
che alcuni soffrano senza misura
per consolare le disgrazie di legioni.
Ma per gli eletti dalla maledizione astrale
non c’è allo strazio rimedio alcuno;
nessun piacere sanno trovare
in tale loro utilità universale
quando più vibranti devono subire
le percosse del dolore.

Se soltanto avessi un nome
per la lama che mi scava,
se sapessi farne arte,
metri, rime o versi sciolti,
se sapessi trasformarla
in patetica bellezza,
ecco avrebbe almeno un senso
e potrei esserle grato;
e saprei di farne dono
al distratto mio lettore;
e l’immaginerei commosso
per l’orrendo mio splendore.
Ma ho una penna tanto goffa
che non sa rendere onore
al mio vile sentimento
sciocco, brutto e senza nome.

Ho in animo un sogno
che odora di erba,
che ha gusto di bosco,
di sole, di fosso.
Ricordo di un sogno,
d’immaginazione,
di un tempo che il cuore
non ha mai battuto.
Conosco in me il senso
di esser felici
come se io in vita
lo avessi provato.
Ma è solo un sogno,
ricordo di un sogno,
che odora di erba,
di sole, di fosso.