Piastrelle marroni e tristi
e tendine imbarazzanti
come in casa di una nonna;
mobili vecchi e scassati,
quadri di pessimo gusto;
orrende tovaglie in plastica
sotto bicchieri spaiati,
l’odore di tutti i pasti
intriso nelle pareti
e nel sudicio lavello.
L’aria gialla di ogni stanza
di luce di lampadina
è impregnata della voce
invadente della tele.
Si respira la bruttezza,
la si mangia in questa casa;
e si è ciò che si mangia,
ed ecco invecchiare curvi
ecco perdere i capelli.

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Riposi morbida tra lamiere piegate
dalla tua leggerezza improvvisa e veloce,
un piede nudo sta pigro ed accavallato
bello come il tuo viso sereno assopito.
Distrugge il tempo e percuote vuoto e materia
giovinezza tua, è scandalosa passione:
tragedia tale non può così che pretendere
un giaciglio in metallo che duro t’abbracci,
che tenga il ricordo del tuo fragile volo,
che regga il gravare del finale sospiro.

Sei corde in soffitta
mute, arrugginite.
Di quarantacinque
note che posseggono
solo al tempo dan voce
e all’invecchiare.
Di sei una è rotta
le altre scordate,
avrebbero un canto
triste da intonare
ma restano inutili
e di inettitudine
san solo tacere.

C’è un’uscita, dicono,
a quest’angolo ottuso
che m’incastra,
ce n’è più d’una.
Ma la molteplicità
m’inchioda,
è libertà sedicente
l’opzione che m’ammala.
Povertà
è l’opulenza della scelta,
più s’apre l’arco
e più son chiuso.

Stuprata dal toro
con chi potrà piangere,
povera Europa,
vittima ingiusta
di divina potenza?
I suoi neri fratelli
non sapran consolarla
e vigliacchi vendetta
al dio non porteranno;
l’onta vorranno sfogare
su qualche povero inerme
che ad ingiustizia
ingiustizia sommare
è per loro la sola
soddisfazione.

Far cose, far cose, far cose,
è l’unica salvezza che so,
che saprei all’asfissia
se soltanto ne avessi da fare,
se avessi superfici di gente
con cui intrattenermi,
finzioni di azioni
con cui impegnarmi.
Vorrei un’apparenza di vita
a gettar via il mio tempo,
invece che stritolarlo
per sadica tortura
nella verità della noia.
Far cose ne farei
e sarei sempre in fuga
se la mia cella non fosse serrata
ed angusta
e tanto buia da accecare,
tanto vuota da azzoppare.

Chi muore da solo
resta in casa a marcire
con la faccia al pavimento
spremuto in pose indegne.
Se ne ricorda il vicino
quando inizia a puzzare
e i pompieri entreranno
sfondando la porta.
Se ha dei gatti
si nutriranno del suo corpo
se ha un cane
si affamerà sconsolato
chi non ha animali
potrà forse contare
sulla compagnia delle mosche
e dell’aria pesante della stanza
che per decenni l’ha visto invecchiare.
Ci sarà il medico legale
e la polizia municipale
a raccoglierne i resti
nessuno gli donerà lacrime
il più inesperto vomiterà.
È difficile da riconoscere
la triste dignità
di chi muore da solo.